In Italia non esiste un salario minimo
legale uniforme sotto forma di retribuzione oraria lorda fissa applicabile
a tutti i lavoratori. I limiti minimi salariali sono invece determinati, in
linea di principio, dai contratti collettivi nazionali.
La Costituzione italiana, tuttavia, già
all’articolo 36 stabilisce che i lavoratori hanno diritto a una retribuzione
adeguata alla quantità e alla qualità del loro lavoro e comunque sufficiente.
Che cos’è la retribuzione contrattuale in Italia?
I singoli contratti collettivi stabiliscono,
per i rispettivi settori e mansioni, i cosiddetti salari contrattuali
o salari minimi. L’importo dipende in particolare dalla categoria di
inquadramento del lavoratore.
Un lavoratore che svolge mansioni semplici può
quindi avere, anche all’interno dello stesso contratto collettivo, un salario
minimo inferiore rispetto, ad esempio, a un dipendente qualificato o a un
dirigente.
Oltre alla retribuzione, i contratti collettivi
disciplinano numerosi altri aspetti del rapporto di lavoro, ad esempio gli
straordinari, le indennità di anzianità, le ferie, le mensilità aggiuntive e
varie prestazioni accessorie.
Cosa si intende per «salario giusto»?
Dal 2026 l’importanza dei contratti collettivi è
stata ulteriormente rafforzata a livello legislativo. Il legislatore utilizza
ora il termine «salario giusto».
Come riferimento non vale solo la retribuzione
base prevista dal contratto collettivo. È invece determinante la retribuzione
complessiva prevista dal rispettivo contratto collettivo per il lavoratore.
Oltre alla retribuzione base, questa può includere anche altre componenti
salariali e indennità previste dal contratto collettivo.
L’Italia mantiene così il proprio sistema basato
sui contratti collettivi: non è stato introdotto un salario minimo
generale, ad esempio di 9 o 10 euro l’ora.
Quale contratto collettivo è determinante?
Per la determinazione della retribuzione adeguata
sono determinanti in particolare:
- il settore e l’ambito produttivo,
- l’attività prevalentemente svolta,
- la tipologia e le dimensioni del datore di lavoro, nonché
- l’attività concreta e l’inquadramento del lavoratore.
Le disposizioni di legge si basano principalmente
sui contratti collettivi delle principali associazioni di datori di lavoro e di
lavoratori a livello nazionale. Se nell’azienda viene applicato un contratto
collettivo o un altro, la retribuzione complessiva prevista non può, in linea
di principio, essere inferiore alla retribuzione comparabile prevista da tali
contratti collettivi.
È possibile concordare una retribuzione più elevata?
Naturalmente è possibile concordare una
retribuzione superiore a quella prevista dal contratto collettivo. Il contratto
collettivo stabilisce, in linea di principio, una soglia minima. Nel
contratto di lavoro individuale è possibile concordare stipendi più elevati o
componenti salariali aggiuntive.
Spesso viene concordata una componente salariale personale aggiuntiva (“superminimo”).
La possibilità di compensarla con successivi aumenti dei salari minimi previsti
dal contratto collettivo dipende dalle sue specifiche condizioni contrattuali.
Al momento dell’assunzione di un dipendente in Italia è quindi opportuno verificare sia il contratto collettivo di lavoro corretto, sia il corretto inquadramento e la retribuzione minima che ne deriva.